Coronavirus. E il parroco fa la lavanda dei piedi ai medici

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Nella parrocchia S. Antonio da Padova a Cerignola, don Ladogana rende omaggio a tutti i sanitari, fermandosi con brocca e catino davanti a una sedia su cui sono stati deposti camice e presidi medici

Una lavanda dei piedi ideale, ma non per questo meno sentita. E’ quella “effettuata” ieri, durante la Messa in coena Domini da don Carmine Ladogana, parroco di Sant’Antonio da Padova a Cerignola (Foggia). Al momento in cui, secondo il normale rito del Giovedì Santo avrebbe dovuto svolgersi la ripetizione del gesto compiuti da Gesù nell’ultima cena (quest’anno omesso per le restrizioni da coronavirus), il sacerdote ha sostato con la brocca, il catino e l’asciugatoio innanzi a una sedia vuota dove erano deposti un camice sanitario ed alcuni presidi medici usati dal personale medico negli ospedali in questi giorni. Un gesto di omaggio e di affetto verso tutti i medici, gli infermieri e il personale sanitario che sono in prima linea nella lotta al Covid-19 e che stanno pagando un tributo altissimo: oltre 100 i medici morti, più una ventina di infermieri. Il Papa, domenica scorsa, li aveva annoverati tra i «veri eroi» e nella Messa del Giovedì Santo nella Basilica Vaticana li ha definiti «santi della porta accanto».

Mentre don Carmine compiva il significativo gesto, un lettore leggeva il seguente testo.

«In questo giovedì Santo, viene omessa la lavanda dei piedi. Ma simbolicamente ora don Carmine sosterà con la brocca, il catino e
l’asciugatoio dinnanzi a una sedia vuota. Su di essa vi sono stati deposti dei dispositivi di protezione individuale che usano i medici e il personale nei reparti ospedalieri, con essi trovano spazio un camice e un fonendoscopio. Questi oggetti ci riportano all’interno dei nostri ospedali e alle procedure di vestizione che il personale medico e para medico ogni giorno compie prima di entrare in un reparto di isolamento tra gli ammalati di covid-19. Racconta una addetta: ‘C’è una stanza intermedia prima di varcare la linea rossa, da quel punto in poi il silenzio dell’ospedale comincia a farsi assordante. Bisogna essere in due per indossare correttamente i dispositivi di protezione individuale, cioè bisogna lasciarsi vestire da una collega; per allacciare un camice il gesto che si fa è quasi quello di un abbraccio e a Sonia viene sempre il groppo in gola. Tre paia di guanti, gli occhiali, la cuffia e tutto il resto; e poi si entra. Per quattro ore non si beve e non si va in bagno. Per tutto il tempo si condivide il dramma dei malati, si riconoscono volti amici, si fanno i conti con l’ipotesi che potrebbe toccare a tutti’».

«Questa sosta – concludeva il lettore – vuole ricordarci che “nella storia minuta del mondo, l’umiltà si fa strada, la piccolezza può qualcosa che forze più grandi non possono”. Vi sono figure negli ospedali che giganteggiano nel nascondimento, con le loro scope e i loro stracci, che questa sera si rispecchiano in questo catino, brocca e asciugatoio, gli unici strumenti di servizio ai fratelli, che Gesù ci ha lasciato in eredità. Preghiamo in silenzio». (da Avvenire del 9 Aprile 2020)